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La solitudine del/la Docente di sostegno

Il docente di sostegno e la docente di sostegno sono vittime di un pregiudizio e di un’emarginazione che altro non sono che lo specchio di un mancato raggiungimento di un’inclusione generale delle persone con disabilità e, in maniera più estesa, delle persone “diverse”. Diverse da chi, da cosa? Dai modelli artificiosi imposti dalla narrazione distorta che caratterizza la società occidentale attuale.

In particolare, i docenti della scuola secondaria di 2° grado hanno un ruolo cruciale tuttavia sottovalutato, dove la scuola costituisce davvero l’ultimo step, l’ultimobaluardo prima della “vita vera” e, prima che col mondo del lavoro, dovrebbe costruire un ponte, anzi una rete con il territorio e con le comunità di riferimento: associazioni sportive, artistiche, musicali e di volontariato, le educative e le realtà che si occupano di attivismo, i consultori, le altre scuole, centri di aggregazione e altre agenzie educative in generale.

Docente di sostegno: una riflessione

La stessa rete che deve essere pronta ad accogliere i ragazzi e le ragazze con disabilità, o con BES più in generale, deve essere solerte nel collaborare con quelle figure fondamentali che spesso vengono erroneamente relegate ad un ruolo di mero assistenzialismo, ovvero i docenti e gli educatori/educatrici specializzati in didattica speciale. Allo stesso modo, i ragazzi e le ragazze e in generale le persone con disabilità o con neurodivergenze, finiscono col subire una medicalizzazione, che li etichetta come bisognos*, come sfortunat* in un atteggiamento pietista che lede la dignità e l’autodeterminazione di queste persone, ed avalla quell’atteggiamento di impotenza appresa in cui la persona si convince di non poter eseguire delle azioni, o di non poter raggiungere determinati obiettivi in virtù di una propria disabilità o condizione (svantaggiosa) di partenza: questo perché si tende a ridurre la persona disabile alla sua stessa disabilità, dimenticando che la persona con disabilità è in primis una persona appunto, con la sua storia, il suo background, i suoi desideri, le sue pulsioni.

Si tende quindi a relegare il ruolo dell’insegnante di sostegno a colui o colei che “prende in carico” lo studente o la studentessa con disabilità cognitiva, lasciando fuori tutta una consistente parte di bisogni educativi speciali, che possono spaziare dalla disabilità fisica al disagio socio-economico, passando per la barriera linguistico-culturale nel caso di studenti e studentesse immigrat*, fino ai disturbi alimentari. Bisogni, questi, di cui non può e non deve farsi carico il/la docente singol* e nemmeno la scuola come unica agenzia di formazione, quasi fosse una cattedrale nel deserto. È la sinergia col territorio che va ricercata e costruita, perché le difficoltà del singolo diventino responsabilità condivisa dell’intera collettività: d’altronde, è quanto auspicato anche attraverso la realizzazione di un Progetto di vita, che non può essere raggiunto fuori da un approccio di attivismo pedagogico.

Responsabilità condivisa:

la chiave di volta è forse racchiusa tutta qui.

L’ambiente influisce in maniera determinante nell’autonarrazione del singolo: chi sono? Cosa ho fatto finora? Cosa vorrei fare? Cosa non so fare? Cosa posso imparare? Cosa desidero? Che sogno ho? Sono domande le cui risposte emergono dal vissuto quotidiano. Non è mera dialettica, non basta il puro linguaggio verbale, bensì sono le azioni e le pratiche che rafforzano o smentiscono una credenza.

L’inclusione non potrà mai essere raggiunta finchè si continuerà a considerare la persona con disabilità o “non conforme” a degli standard (che, ricordiamolo, sono assolutamente arbitrari), di cui un solo professionista incaricato deve “occuparsi”. La stessa costruzione degli spazi fisici deve essere ripensata dalle fondamenta: la rimozione delle barriere architettoniche non è un aggiusto che va fatto dopo e se si presenza la necessità, quanto piuttosto un criterio di realizzazione che va fissato già in fase di progettazione, e deve prendere in considerazione quante più esigenze possibili: segnalatori sonori o luminosi, pedane facilitanti, ascensori, ma anche sedili in grado di accogliere di adattarsi a tutte le fisicità, per fare un esempio. Per includere davvero occorre “normalizzare”, pur tenendo presenti le insidie che l’aggettivo normale comporti.

È il caso, forse, di ricordare l’effetto Pigmalione o profezia che si auto avvera, cioè quel fenomeno per cui si tende a confermare ciò che sono le narrazioni altrui. Se un ragazzino o una ragazzina, cresce venendo costantemente additat* come incapace, finirà col convincersi di esserlo. Viceversa, se l’ambiente coinvolge il  ragazzino o la ragazzina in attività adatte alle proprie capacità, in cui le difficoltà vengono poste in maniera progressiva e in un clima di fiducia e partecipazione, questi coltiverà la consapevolezza delle proprie potenzialità e aumenterà la propria autostima e la propria autoefficacia.

  • Una persona con disabilità fisica non può praticare sport.
  • Una ragazzina grassa non può danzare.
  • Un ragazzino della periferia di Napoli non può raggiungere grandi obiettivi professionali.
  • Il figlio di un carcerato non può essere uno studente modello.
  • Una ragazza autistica non può costruirsi una famiglia.

E questi sono alcuni dei pregiudizi che prima ancora che nella società, si apprendono proprio a scuola e ancor prima in famiglia, e concorrono a determinare la rappresentazione che una persona ha di sé e degli altri. È questa la narrazione che va scardinata: bisogna davvero partire prima dalla persona, e guardare a ciò che desidera e può fare con ciò che ha e ciò che è, per spostare il proprio orizzonte un passetto più avanti.

Lavorando come psicomotricista nelle Scuole di diversi ordini e gradi mi è capitato spesso di toccarli con mano questi pregiudizi: “questa ragazzina è particolare, non farle fare la capovolta”, “questo ragazzino è troppo grasso, non ce la fa a salire”, queste e altre frasi, espresse spesso in dialetto, in maniera brusca, antipatica e in presenza del bambino o bambina interessata, in che modo avranno contribuito alla costruzione del sé di questi bambini? Bambini, che con la giusta tecnica, sono poi riusciti ad eseguire il gesto o l’esercizio che l’insegnante era convinta non potessero compiere.

Forse, nell’impostare il lavoro, dovremmo tenere a mente le parole di Novara:

“Ognuno cresce solo se sognato”.

Cosa sogni? Ed io che sogno con te, come posso aiutarti a realizzarlo questo sogno?

Riflettiamo un attimo anche sul nostro stesso vissuto: quali sono i pregiudizi che ci hanno condizionato nella nostra esistenza e ci hanno fatto rinchiudere in barriere principalmente mentali? Quali sono quei condizionamenti che falsano le nostre convinzioni e le nostre azioni? Tutti quei non si può o non si fa che ci raccontiamo e che proiettiamo anche sugli altri, e che ci fanno convincere che qualcosa sia impossibile anche quando non lo è? O che viziano la visione che abbiamo dell’altr* e ci convincono che debba essere in un certo modo o nulla? Quali sono quei limiti che possiamo ancora superare?

La considerazione della figura del/la docente di sostegno passa inevitabilmente dalla considerazione che si ha in generale della diversità, di qualsiasi tipo questa sia, e delle pratiche portate avanti in merito prima che dalle società, dai singoli.

E quindi anche da noi.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Melania

    Secondo me c’è anche un altro aspetto da considerare. Molti insegnanti di sostegno ripiegano su questo ‘lavoro’ che poi lavoro non è, e come in ogni settore lavorativo i lavativi fanno screditare chi ha tanto da offrire. Inoltre oggi andando di moda il bello e perfetto tutto ciò che non è standard è inevitabilmente considerato inferiore. L’inclusione è un valore e come tanti bei valori oggi sono diventati veramente rari. Bello il tuo articolo mi piace tanto

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